Testi critici

“DIALOGHI”
Mostra personale di Giovanni Chilleri

“ Un’opera d’arte, è forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, per la possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione ed una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale.” ( Umberto Eco)

Giovanni Chilleri vive in una incantevole casa colonica immersa nelle verdeggianti colline del Chianti. Questo suggestivo posto rappresenta per lo sculture fiorentino quella sorta di “Arca di Noè” proustiana, ovvero il luogo o condizione privilegiata dalla quale osservare il mondo e trarne ispirazione. E’ proprio qui, tra i vigneti caratteristici, tra i profumi inebrianti e i colori vividi della campagna toscana, che avviene l’atto creativo dal quale scaturiscono le opere dell’artista; è qui che l’impulso interiore si unisce con l’ idea.
In questi luoghi infatti, lo scultore come un abile demiurgo, forgia le sue opere, utilizzando materiali eterogenei, sebbene sia necessario sottolineare una certa predilezione per la terracotta. Il procedere schivo e attento, la grande capacità tecnica e lo straordinario dominio della materia piegata continuamente ad esigenze espressive nuove ed inedite, sono rivelatori di una lunga esperienza artigianale nell’ambito dell’oreficeria.
La scultura, più che altre discipline, richiede un diretto intervento delle mani e quindi comporta una maggiore compromissione con la materia; implica cioè un corpo a corpo tra l’opera e lo sculture, il quale assecondando il proprio “furor creativo”, forgia la materia plasmandola nelle forme, sembianze e sentimenti. Per Giovanni Chilleri modellare dunque è trasmissione di ENERGIA: sotto la pressione ora decisa, sicura, ora invece delicata delle sue dita, la materia diventa docile e duttile, ubbidendo alla volontà del suo creatore, che infonde forza e vita ad una sostanza informe ed inerme.
Sia nei bassorilievi, che nella scultura monumentale, ciò che contraddistingue le creazioni artistiche di Chilleri è la grande capacità di miscelare sempre nella giusta quantità e qualità Energia e Armonia, Forza e Sensibilità. A questo composto formidabile va aggiunto però un ingrediente segreto, che personalmente ravviso nella decisa ESSENZIALITA’, che si sostanzia in una vera e propria abdicazione e rinuncia verso qualsiasi forma di mera retorica, verso qualsiasi orpello decorativo ed esornativo. L’artista predilige così forme scarne, semplici, pochi elementi, chiamati non a significare qualcosa ma ad esprimere qualcosa, a rivelare i diversi stati d’animo di passaggio e di trasfigurazione. Una forma dunque, liberata dal mondo esteriore, ma capace di farsi interprete e di trasmettere con straordinaria immediatezza l’impulso interiore. Lo scultore fiorentino infatti volutamente forza il disegno verso la maggiore astrazione possibile e, attraverso un accurato e paziente “labor limae” delle sagome, giunge ad una SINTESI ASSOLUTA. Questa essenzialità, che in parte riecheggia le suggestione dell’arte scultorea primitiva ed etrusca verso la quale l’artista nutre profondo interesse, oltre ad essere una caratteristica formale è primariamente una “qualità morale”.
Giovanni Chilleri infatti veste le proprie opere di emozioni, sentimenti e, attraverso linee dinamiche e ondulate, così come attraverso le trame lisce o scarne delle superfici, ne determina i caratteri connotativi. Esattamente come ogni persona presenta peculiarità fisiche e psicologiche irripetibili, così ogni sua scultura vive e si sostanzia di quella UNICITA’ che la contraddistingue.
Ogni opera nasce in un luogo lontano e sconosciuto della mente dell’artista, ma nel momento stesso che prende forma, che si sostanzia tramite la creazione artistica, quel cordone ombelicale che lega l’oggetto e il suo autore, viene reciso. Dunque da quell’istante, come sostiene Kandinsky in “ Lo Spirituale nell’arte”, “l’opera acquista una vita autonoma, una personalità, diventa un soggetto indipendente, che ha un proprio respiro naturale e che conduce anche una vita materiale reale,”. Sebbene indipendente però, l’opera anche lontana dal proprio autore continuerà a rifletterne sempre idee ed emozioni, ovvero i caratteri ereditari dell’artista saranno sempre leggibili.
Anche nelle sculture di Giovanni Chilleri si ravvisa tale ereditarietà: ad esempio l’energia e la forza delle sue creazioni traducono il suo essere uomo d’azione; la forte valenza civica e la connessione a tematiche sociali o esistenziali nelle sue opere ( si veda ad esempio “ L’indignato”, “Indifferenza”, “ La Vita”,
“Paura” ) sono espressione di una sua marcata attitudine verso il prossimo; la predilezione verso la semplicità e la sobrietà investe invece le scelte formali e si traduce nella già citata essenzialità. Ma c’è un ultimo ed importante carattere che Chilleri ha trasmesso e infuso nelle sue opere ed è l’amore per l’aperto confronto, per lo scambio stimolante di opinioni e riflessioni. Le sue sculture infatti si pongono costantemente in raffronto dialettico: sia con il paesaggio toscano circostante, con il quale creano un legame inscindibile ed indissolubile (quello stesso legame per il quale tanto tenacemente si era battuto per primo il critico francese Quatremère de Quincy, durante le espoliazioni napoleoniche dei tesori artistici italiani); sia con l’osservatore. Le creazioni plastiche di Chilleri danno vita a continui dialoghi, esse sono a tutti gli effetti “opere aperte”, per prendere in prestito la definizione di Umberto Eco, disponibili cioè alla interazione con lo spettatore.
Giovanni Chilleri dunque, grazie alla propria attività artistica, dà vita a nuovi dialoghi tra riflessione e critica, tra arte e pensiero, ma soprattutto tra arte e vita, suggerendo inediti percorsi e rotte ancora inesplorate verso nuovi mondi figurativi.

Virginia Bazzechi Ganucci Cancellieri

“Forma, materia, spazio.”

Per essere compiutamente apprezzate, le sculture di Giovanni Chilleri hanno bisogno di un paesaggio che faccia loro da sfondo: solo così emerge il loro intimo legame con la natura. Un legame insito già nel processo creativo, che inizia con il senso di ciò che la scultura dovrà essere, prosegue nel divenire incerto della materia e termina con l’opera finita. Un modo di operare non lontano da quello della natura che genera e plasma la materia per dare origine alle sue creature. Questo legame influisce anche sul significato che la figura femminile assume nell’immaginario di Chilleri, in cui è presente come simbolo della fecondità, del nutrimento, della trasformazione, in altre parole, della vita. Nel paesaggio naturale il femminino esprime la sua relazione e la sua identità con la grande madre terra. Il legno, il metallo e la pietra recano il segno e il fascino di questa primaria forza vitale: ecco perché il nostro artista sceglie di servirsene per dare alle sue sculture la stessa spontanea e misteriosa bellezza di una roccia scolpita dal vento o di un sasso levigato dalla corrente di un fiume. Da sempre egli avverte la necessità di semplificare le forme e liberare la scultura dall’esteriore per farla essere pura creazione. Una necessità che lo porta ad estrarre l’intima essenza della figura umana, condensandola in una forma astratta che si ripete, con minime varianti, di opera in opera. La sua Femmina ha un corpo dai volumi pieni e arrotondati, la testa come un’asola, le gambe solide e agili; pur essendo di piccole dimensioni, esprime una corporeità monumentale nello slancio carico e potente della massa. L’alternanza dei pieni e dei vuoti comunica invece l’intensità del sentimento. Aspetto, quest’ultimo, che ritroviamo anche nelle sculture in cui si oggettiva un’emozione o una condizione interiore: percorrendone le superfici con lo sguardo, sentiamo vibrare l’energia che le anima e al contempo le blocca in una sostanziale purezza. Una sensazione che si deve alla capacità dell’artista di bandire ogni configurazione che non sia utile alla libera espressione del suo sentire. Spesso è la realtà di tutti i giorni ad offrirgli lo spunto ispirativo: le sue “case” a forma di urna sono contenitori in cui custodire le paure e le speranze che scandiscono il quotidiano, ma anche scatole magiche che invitano a riscoprire il gioco come una delle possibili chiavi di lettura della vita. Anche il colore è soggetto ad un bisogno di chiarezza, sia quando è quello naturale della pietra, della terracotta o del bronzo, sia quando è l’artista ad aggiungerlo, avendo cura di esaltare al meglio i rapporti volumetrici. In questa simbiosi con la materia, il colore assume una diversa concretezza, mentre la scultura si veste di una sensualità cromatica che la avvicina alla pittura. E’ per questa via che Chilleri è approdato prima ai bassorilievi in cotto patinato di bianco e brevi tocchi di tinte vivaci, e poi alla pittura, in cui le forme, pur rinunciando alla tridimensionalità, dialogano con lo spazio tramite il colore. Gli ultimi sviluppi della sua ricerca si muovono su di un doppio binario: quello dell’opera che nasce dalla combinazione di materiali di scarto e oggetti d’uso comune, e quello dell’installazione che ridefinisce il rapporto dell’opera con lo spazio e con l’osservatore. Nel primo caso, l’operazione di assemblaggio chiama in causa sia la poetica dell’objet trouvé, cioè dell’oggetto scelto per le sue caratteristiche estetiche ed inserito nel corpo dell’opera senza alcuna modifica, sia il recupero di materiali non convenzionali che l’artista taglia, incolla e salda con grande destrezza. Di questo criterio combinatorio si avvale per mettere in luce la dialettica fra tradizione e modernità: il risultato è una scultura che, evocando una dimensione asfittica e senza via di uscita, ci spinge a riflettere sui pregiudizi che ancora oggi ostacolano la legittimazione dei linguaggi artistici contemporanei. Nel secondo caso, invece, l’installazione lo vede aprirsi al sociale, richiamando il tema della presenza dei bambini in carcere accanto alle madri detenute. Un problema di stringente attualità che lo scultore imprunetino interpreta riassumendo, in pochi elementi, le ragioni di un dramma che troppo spesso affoga nell’indifferenza della società. Il fine non è documentare o rappresentare una storia, ma isolare un frammento di realtà per far emergere le contraddizioni del momento storico che stiamo attraversando. Un aspetto che collima con la sua visione inclusiva e polifonica dell’arte, che si specchia nella complessità del presente per avviare nuovi percorsi di senso.

Daniela Pronestì

 

“La gentile prepotenza di Giovanni Chilleri”

Il cesello e l’oreficeria, vale a dire le tecniche più avvertite nella formazione culturale e professionale di Giovanni Chilleri, accompagnano ancora oggi l’artista che dopo la conclusione dei corsi di studio presso l’Istituto statale d’arte di Firenze è divenuto, rapidamente, scultore di grande impegno. Persino nel settore monumentale, affrontato con quella “gentile prepotenza” con cui le sue immagini, una volta delineate nella mente e trasferite sui primi fogli vergati per futura memoria nel corso della realizzazione, aggrediscono la materia. E nella progressiva e sicura emancipazione che l’artista ha conquistato riappare persino la modellistica che fu anch’essa materia di studio e oggi si rivela guida insostituibile nella realizzazione di modelli sperimentali oppure costruiti di proposito per la realizzazione seriale dell’ opera. Ad ogni modo, parlando del lavoro di Chilleri deve risultare evidente la predilezione della terracotta che, fra le tecniche e le materie di cui 1o scultore invoca la “collaborazione”, è la più fedele ai suoi principii. Una tecnica cioè che comporta la diretta manipolazione della terra e suggerisce all’artista creativo l’origine del primo uomo, ossia la divina modellazione che si esaurisce solo un attimo prima che intervenga il soffio vitale. E poiche l’immagine della terracotta resiste anche nella traduzione nella pietra o nel bronzo, vien fatto di pensare che quel “soffio” esista già nella naturale razionalità di Chilleri. Esiste sino dal momento in cui, modellando la terra divenuta elastica e obbediente alle pressioni delle sue dita, 1o scultore ne assottiglia visibilmente il volume nel punto in cui viene costretta dalla pressione modellante; subito dopo,quasi istantaneamente recupera per magia, in altra parte della scultura nascente, quel volume appena perduto. Come in un magico gioco appunto. E sembra che quelle forme siano luoghi di transito per la linfa vitale che, scorrendo all’interno di esse, talvolta provoca improvvisi ingorghi là dove quelle forme delineano curvature più rapide, magari impreviste. Lo sguardo tuttavia non riesce ad attardarsi sui singoli punti di quegli itinerari suggestivi poiché il complesso scultoreo torna dopo, istante per istante, a polarizzare l’attenzione dell’osservatore. Con un gioco molto più importante che è quello che anima il rapporto fra i vuoti e i pieni e nel cui avvicendarsi sono proprio quei vuoti a riempirsi, all’improvviso, del paesaggio nel quale l’opera di Chilleri ama essere insediata per manifestare la propria completezza. Forse perché il paesaggio toscano e il cielo che lo sovrasta fanno parte del disegno mentale che è all’origine dell’opera modellata o scolpita o fusa. Aggiungerei che persino i colori con i quali Chilleri usa rivestire le sue creazioni hanno a che fare con quei cieli, con quelle vedute d’ampio respiro che si pongono al servizio volontario delle opere dello scultore imprunetino nato appunto fra i colori e nell’umore di quelle stesse terre. L ‘immagine fluida nelle sue articolazioni pare che nasca per un travaso da quella che l’ha preceduta e pertanto rinnova, come in una eco prodigiosa, i movimenti dell’opera che l’ha generata e ne condensa a un tratto la forma colta nell’attimo della massima maturazione creativa. Per cui vien fatto di pensare che sia impossibile e soprattutto inutile attardarsi a valutare quale delle opere eseguite da Chilleri sia la migliore; in quanto, ciascuna esprimendo di volta in volta il meglio o una maggiore compiutezza della precedente, si rende pedina del rapido progredire di una tecnica già raffinata di suo e di una conquista veloce di traguardi estetici rilevanti. Ma forse è il mio modo personale di esaltarmi agli accenni utopici via via individuati in un’opera d’arte, a pormi in sintonia con il rapido evolversi degli intenti dell’autore e a indurmi a sognare situazioni virtuali che nelle realtà inventate da Chilleri probabilmente non esistono. A convincermi che quelle meravigliose articolazioni da me intese come scaturite dalla provocazione di una musica che si insinua a poco a poco e sommessamente nell’anima, fanno parte dell’irraggiungibile ma sempre lusinghevole isola che non c’è. E mi sembra che sia utopia anche il parlarne.

Tommaso Paloscia

 

“… tutta la vera arte ha sempre racchiuso in se stessa elementi astratti e reali, così come vi coesistono elementi classici e romantici, ordine e sorpresa, intelletto e immaginazione, coscienza e inconsapevolezza”. Questa riflessione, ormai famosa, che Henry Moore espresse nel 1937,ci fornisce una chiave particolarmente pertinente per entrare nel tema della scultura di Giovanni Chilleri. Le linee dinamiche e flessuose che l’artista imprunetino evolve, in un modellato che non ricerca effetti tattili, ma rende protagonista assoluta la forma, impostano nello spazio volumi ambivalenti, al tempo stesso figurali ed informali; fondendo riferimenti antropomorfi e naturalistici, litomorfi, secondo una naturale connessione tra realtà ed immaginario fantastico. Nelle terrecotte, che conservano il colore naturale della terra o si vestono di quello pittorico per evidenziare un contrappunto volumetrico o, ancora, si traducono in bronzo, la materia sempre è condotta a descrivere il movimento di un corpo che si sviluppa senza soluzione di continuità. L’espressività, l’evocazione figurativa, traggono forza dalle modulazioni che la superficie offre alla luce accompagnando curve ora robuste ora esili come silhouette, ma altrettanto dalla scelta dei “vuoti” che lasciano compenetrare lo spazio e sottolineano ulteriormente la mobilità della forma – un’eredità questa che fa ricorrere nuovamente il nome di Moore, nella cui opera l’intuizione dei “buchi” era l’accento tridimensionale -. Qui il vuoto esprime anche un bisogno di leggerezza, una costante tensione ascensionale, e certamente diviene ingrediente determinante per l’attribuzione di quel singolare atteggiamento caratteriale attraverso cui ogni “figura” dà forma a un sentimento, a un’inclinazione umana.

Roberta Fiorini

 

Tanti scultori sono nati dalla disciplina dell’esatto e minuzioso mestiere dell’orafo, per Giovanni è stato quasi naturale passare alla scultura: prima piccoli pezzi, poi più grandi con forme legate all’infinita morfologia della natura, tendente ad un certo surrealismo con accenti ironici.

Marcello Guasti

 

La genuità delle tue sculture sorprende nel flusso delle forme. Si sente l’energia che circola come l’acqua che scava il suo cammino attraverso le rocce; come il flusso del destino che dentro di noi cerca la propria strada.

Cristina Held